Il privilegio è invisibile agli occhi.

Abbiamo chiesto alla Fondazione Giacomo Brodolini di aiutarci a ragionare sul privilegio, in questo mese del Pride dove i social si colorano di loghi di aziende che virano ai colori arcobaleno per celebrare il pride month, mostrando vicinanza a tutta la comunità LGBTQIA+, con pubblicazioni, comunicazioni. Poiché le lotte del Pride non sono in relazione solo alla comunità LGBTQIA+ ma hanno l’obiettivo di realizzare una società realmente inclusiva per ogni persona, indipendentemente dall’orientamento, dal genere, dall’aspetto o dalla razza, abbiamo deciso di farci guidare da un team esperto della Fondazione Giacomo Brodolini affinché potessimo comprendere il nostro privilegio e muoverci dalla nostra comfort zone.
La Fondazione Brodolini è esperta in Diversity ed Inclusion – differenze multiculturali, differenze generazionali, differenze relative all’orientamento sessuale, pari opportunità di genere, inclusione delle disabilità e parità di genere. Relativamente a questi argomenti organizza ogni anno il Master “Diversity Management e Gender Equality”.

 

Molto spesso chi ha un privilegio non si accorge di averlo. Il privilegio è come la comodità: ci si abitua facilmente e ci accorgiamo di cosa è comodo soprattutto quando, per un motivo qualunque, la comodità viene meno. Un modo facile per aprire gli occhi sul nostro privilegio è quello di vivere un’esperienza che ci renda consapevoli, per esempio che qualcuno a noi caro subisca un’ingiustizia, ma può essere un viaggio o può bastare anche un buon libro o un film. Quello che però non può mancare è la volontà di tenere gli occhi aperti per vedere quali sono le nostre fortune ed i nostri diritti, non darli per scontati e possibilmente fare in modo che quante più persone abbiano accesso alle stesse opportunità.
È difficile riconoscere il proprio privilegio quando non si conoscono le storie di discriminazione e le storie non si conoscono perché siamo chiuse: c’è un istinto che gli algoritmi assecondano, che ci porta a semplificare, protette nella nostra bolla, in un sistema in cui sentiamo di avere risposte e controllo, e rischiamo di semplificare togliendo spazio a quello che secondo noi non è rilevante, perché non ci riguarda, non lo conosciamo, quindi non esiste.

La domanda che ci siamo poste è: “Come può un’impresa rendere la società più giusta, e come può farlo una donna, bianca, privilegiata, in salute, eterosessuale?”.
Per Valeria Viola, fondatrice di Pharma Value, essere imprenditrice non è solo un fatto privato, ma ha una dimensione sociale, non solo perché risponde del lavoro di un team di donne nei confronti dei propri clienti, ma anche perché un’azienda è una forma di comunità. Le persone che lavorano insieme, infatti, dedicano tempo, energie e impegno a ottenere un risultato comune.
La risposta che ci siamo date è che vogliamo essere buone alleate. In primo luogo, buone alleate delle altre donne.
Questo significa riconoscere le difficoltà comuni, ad esempio, l’esperienza di madre lavoratrice non è priva di ostacoli e le donne che lavorano in Pharma Value ci auspichiamo fatichino meno rispetto a quello che succede fuori, se e quando decideranno di diventare madri. Significa anche aprire spazi per le altre donne e tenere alta la soglia dell’attenzione sulla rappresentanza e partecipazione delle donne negli spazi pubblici che attraversiamo e costruiamo dalle pubblicazioni ai seminari, nei convegni, così come nei comitati.

È importante usare i propri privilegi per essere buone alleate di tutte quelle persone che devono faticare di più per farsi largo nel mondo perché il loro genere, orientamento sessuale, colore, provenienza, abilità è fonte di discriminazione.

La ricetta è facile ma richiede un po’ di coraggio.

  • Il primo ingrediente è la consapevolezza: ognuna e ognuno di noi ha i suoi privilegi, esserne consapevoli è fondamentale per poter aiutare chi non li ha.
  • Il secondo ingrediente è l’ascolto empatico: se qualcuno vi racconta forme di ingiustizia, discriminazione, molestia, esclusione non liquidiamo il discorso, prestiamo attenzione e chiediamoci: “cosa posso fare io”?
  • Il terzo ingrediente è la parola: non rimaniamo in silenzio quando assistiamo a un’ingiustizia, usiamo il nostro privilegio per intervenire a favore di chi subisce, facciamoci sentire affinché chi sta agendo male che non conti sulla nostra complicità.

 

Allargare lo sguardo e accogliere la complessità significa mettere in discussione l’ovvietà delle prime risposte che ci vengono in mente, ovvie per il nostro sistema di valori, ma magari escludenti per altre ed altri.

A volte sta lì il privilegio che non vediamo, in quelle certezze nero su bianco che potrebbero nascondere una moltitudine di colori, che stiamo negando a noi stesse mentre tutte e tutti insieme possiamo fare molto per costruire un mondo in cui le persone possano dispiegare il proprio potenziale.

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